il principe del salento. di Antonio Edoardo Marazita


Ho atteso molto tempo prima di scegliere come fotografare questo. Molte estati ho trascorso passeggiando per le campagne salentine, osservando l’albero forse più rappresentativo di questa terra aspra e meravigliosa.
Il giallo della campagna nel mese di agosto è un viaggio che potrei definire “allucinato”. Il suono insistente delle cicale, e sopra ogni cosa, il caldo impietoso..che impone riposo…attesa. Sotto questa attesa, infiniti ulivi aprono le loro fronde al passeggero e al pellegrino, che si stende rinfrancato dall’ombra. Per quanti come me hanno lasciato la loro terra e vivono lontano, tornare ad osservare l’immobilità del tempo in una giornata afosa, in terra d’Otranto, è un po’ recuperare un tempo lontano…lontano secoli di gloriose battaglie, ma anche di sudore del contadino, di raccolti poveri e prezioso olio…oro del Salento. L’ulivo è tra i soggetti più fotografati nella mia meravigliosa Salento.
anche io volevo fotografarli, ma non sono mai riuscito, e forse neppure ora ci riesco davvero. La domanda principale è sempre stata: cosa mi resta dell’essere salentino? ho tentato di liberarmi di questa che per molto tempo è stata una etichetta…poi mi sono sentito lusingato e ammirato da invidiosi turisti che hanno spalmato lodi sulle nostre estati…ovvio…complice la musica ormai marchio di fabbrica dell’essere Salento, della grade calca della “notte della taranta” …ho voluto sfuggire però a questo, perché tutto ciò è il Salento sul catalogo di viaggi…non il mio Salento. Mi sono allora stiracchiato, ho cercato di tirami su con tutto il corpo, cercato di strappare le mie radici, come un serpente che lotta per cambiare pelle.
ho lacerato le mie carni mostrandomi in un’altra forma, e ho capito…osservando l’ulivo…che sono come lui…sapete cosa di dice dell’ ulivo? che un tempo fosse alto dritto e robusto…ma che durante la crocifissione di Cristo, o meglio la notte prima, quando i sacerdoti del tempio mandarono le guardie a scegliere l’albero su cui inchiodare Gesù…tutti gli alberi di terra d’Oriente cominciarono a deformarsi, in forme impossibili, dolorosamente si scomposero…rendendo impossibile crocifiggerci Cristo.

Dunque ho compreso la bellezza di questo albero…la sua fierezza…anche lui, come me, ha tentato di sradicare le sue radici…un tentativo vano…poiché non esiste Salento senza ulivo…e non esisto io senza Salento. A questa terra dedico questo piccolo lavoro fotografico.

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David Levinthal


David Levinthal received a Scientiæ Magister in Management Science from the MIT Sloan School of Management (1981), an MFA in Photography from Yale University (1973), and a BA in Studio Art from Stanford University (1970). He was also the recipient of a John Simon Guggenheim Foundation Fellowship in 1995 and a National Endowment for the Arts Fellowship in 1990-1991.[1]
Levinthal is included in many public collections, including the Art Institute of Chicago, the Centre Pompidou in Paris, the Corcoran Gallery of Art in Washington, D.C., the Los Angeles County Museum of Art, the Metropolitan Museum of Art, the Museum of Modern Art,[2] and the Whitney Museum of American Art in New York, among many others. He has recently had solo exhibitions in New York, Los Angeles,and Portland, Oregon.
David Levinthal has produced a diverse oeuvre, utilizing primarily large-format Polaroid photography. His works touch upon many aspects of American culture, from Barbie to baseball to X-rated dolls. Levinthal uses small toys and props with dramatic lighting to construct mini environments of subject matters varying from war scenes to voyeurism to racial and political references to American pop culture.
Levinthal creates miniature scenarios using shoeboxes, cardboard, and foam core to make miniature offices, hotel rooms, pool halls, foyers and narrow corridors. These shadowy and dark scenes expose the secrecy and intimacy of small spaces. Levinthal is particularly interested in exploring the different emotions that each scene produces, such as reactions to an office corridor in contrast to those to a hospital or a private bedroom. Indeed, there is an inherently voyeuristic aspect to these early works.
Other series include Modern Romance, exposing the isolation of urban life; the Wild West; Barbie, a cross between portraits and a fashion show; and the politically charged series Hitler Moves East, Mein Kampf and Blackface. This latter series consists of close-ups of black memorabilia, household objects infused with African-American stereotypes, and caused such a controversy that the Institute of Contemporary Art of Philadelphia was forced to cancel the exhibition while still in its early planning stages. Most of Levinthal’s series stem from his experiences as a child with popular culture. His early encounters with his family’s color television in contrast with daily reality have also marked his work. The subjects of Levinthal’s work, the toys and dolls themselves, are often confused with real live people, causing his audience to question the ambiguity found in this dialectic between artificiality and reality.
With the use of skilled photography, Levinthal animates his small toys, sometimes to the point of artificially created movement. On his toy use, Levinthal said that “Toys are intriguing, and I want to see what I can do with them. On a deeper level, they represent one way that society socializes its young.”[3] Furthermore, Levinthal is aware of the power of toys: “Ever since I began working with toys, I have been intrigued with the idea that these seemingly benign objects could take on such incredible power and personality simply by the way they were photographed. I began to realize that by carefully selecting the depth of field and making it narrow, I could create a sense of movement and reality that was in fact not there.[4]

experience voll 1e 2 di antonio marazita


salve a tutti. forse lo spot vi sembrerà esagerato…cinque anni per produrre una pubblicazione fotografica sono davvero troppi! la realtà é che questo é il momento giusto. la raccolta che per ora potete sfogliare in pdf rappresenta una sintesi di diversi progetti fotografici che hanno avuto modo e luogo di mostrarsi secondo quello che da sempre é uno stile KOBOS… la filosofia che regge il pensiero kobos è quella di una vita oltre la carta…senza assolutamente disprezzare il supporto cartaceo per il quale nutriamo profonda ammirazione artistica, i nostri messaggi passano su quelli che oggi rappresentano meglio l’evoluzione in termini di “supporto di distribuzione” e quindi web, iphone ipad dvd. in questo caso, stiamo facendo una eccezione e come regalo personale, abbiamo deciso di pubblicare il primo supporto “tangibile” marchiato kobos… per il momento, questa ne rappresenta la demo.

experience voll 2

experience vol. 1

gabriele basilico


GABRIELE BASILICO

Gabriele Basilico (Milano 1944) è uno dei più noti fotografi documentaristi europei. Fotografa esclusivamente in bianco/nero e suoi campi d’azione privilegiati sono il paesaggio industriale e le aree urbane. I suoi studi di architettura lo avvicinano all’ambiente dell’editoria di settore per cui realizza, su commissione, un ampia serie di lavori. Ha al suo attivo ricerche sulle aree urbane, sul territorio, sull’architettura commissionate da privati ed enti pubblici. Nel 1984 il 1985 è stato invitato dal governo francese a far parte del gruppo di noti fotografi impegnati nella Mission Photographique de la DATAR a documentare le trasformazione del paesaggio transalpino. Ma il suo primo impegnativo lavoro risale al 1982 quando realizza un ampio reportage sulle aree industriali milanesi intitolato: Ritratti di fabbriche (Sugarco). A proposito di questo lavoro, Basilico ha dichiarato in seguito: “Ho sempre pensato che i miei “ritratti di fabbriche” nascessero dal bisogno di trovare un equilibrio tra un mandato sociale – che nessuno mi aveva dato, ma che era la conseguenza dell’ammirazione che io provavo per il lavoro dei grandi fotografi del passato – e la voglia di sperimentare un linguaggio nuovo, in grande libertà e senza condizionamenti ideologici”. Questo primo lavoro gli dà una notorietà immediata e nel giro di due anni si trova ad essere invitato insieme al gotha della fotografia internazionale alla Mission de la DATAR. Lavora a più riprese a questo progetto tra il 1984 il 1985 e il suo contributo a la Mission è esposto nella grande collettiva a Parigi nel Palais de Tokyo (1985). Seguono anni di intenso lavoro in cui si alternano commissioni pubbliche e ricerche sul territorio che sono state raccolte in libri “culto” come: Italia &France (Jaca Book), Bord de Mer (AR/GE Kunst), Porti di Mare (Art&), Paesaggi di Viaggi (AGF), Scambi (Peliti), L’ esperienza dei luoghi (Art&) fino all’esperienza “sconvolgente” della serie realizzata nella martoriata Beirut (Basilico Beyrouth 1994). Nel completo e puntuale saggio introduttivo a “L’esperienza dei luoghi”, Roberta Valtorta citando Perec (Lo spazio è un dubbio: devo continuamente individuarlo, designarlo. Non è mai mio, mai mi viene dato, devo conquistarlo). In questo saggio la Valtorta propone un parallelo tra la fotografia del paesaggio in Europa e negli Stati Uniti sottolineando che è proprio la “qualità” specifica dei territori ritratti dai fotografi a stelle e strisce a creare la differenza. Come spesso si è detto il fotografo USA sperimenta spesso un senso di solitudine davanti a soggetti vasti e spesso “vuoti” che non è solito sperimentare il fotografo europeo. Ma la stessa Valtorta fa un’affermazione poco più in là su cui è il caso di riflettere: “La fotografia di Basilico, insistente nel tempo e nel metodo quanto è necessario per diventare compiuta esperienza, percorre questo corpo (il corpo dello sviluppo industriale, dotato di vita e capace di di suscitare affetti in chi lo guarda) considerandone le parti o l’insieme sempre nel tentativo non tanto di osservarlo, ma di capirlo, talvolta perdonandone i limiti, i difetti, diremmo”. Milano è la città di cui, più delle altre, Basilico ha realizzato un “ritratto collettivo” è stato il laboratorio in cui si è andato strutturando un metodo progettuale che in seguito è tornato ad usare “nelle altre città”. Sfogliando i suoi lavori si incontrano immagini che la Valtorta definisce “metafisiche”, in cui regna una sensazione di tempo sospeso alternate a visioni più “disinvolte” in cui irrompono quei “fili” la cui presenza è stata sempre mal tollerata dai foto-puristi. Mentre Ghirri usa l’arma dell’ironia, Basilico “tenta romanticamente l’impresa di rappresentare il mondo, abbraccia il mondo della fotografia”. Basilico, nelle sue vedute, recupera una “lentezza dello sguardo” che gli permette di cogliere i minimi particolari, propone una “contemplazione” che, attraverso la sua perizia tecnica, ci permette di collocarci al limite superiore della capacità percettiva del reale (“più di questo non si può vedere!) Alla sua ricerca dei momenti di difficoltà del territorio, nella prospettiva, in via di affermazione, del concetto di non luogo, in un momento di rapida transizione ad equilibri globali diversi, si colloca Beirut in cui il sentimento dominante è la “malinconia” Una percezione del “globale” che è anche alla base di uno dei più recenti libri fotografici di Basilico intitolato “Nelle altre città” (1997) in cui l’autore afferma che: “Riflettendo a posteriori su tutti i miei viaggi, su questi passaggi urbani, questo andar per luoghi, mi sembra che una condizione costante sia stata l’attesa di ritrovare corrispondenze ed analogie. La disposizione affettiva che guidava, oggi lo so bene, i miei spostamenti e la mia curiosità, mi portava e mi porta a eliminare le barriere geografiche: questo non significa che tutte le città debbano forzatamente assomigliarsi, ma significa che in tutte le città ci sono presenze, più o meno visibili, che si manifestano per chi le vuole vedere, presenze famigliari che consentono di affrontare lo smarrimento di fronte al nuovo”. Nel concludere queste brevi note mi sembra opportuno segnalare all’interno del libro della Electa “Architetture d’acqua per la bonifica e l’irrigazione” un godibilissimo “diario” realizzato durante i sopralluoghi e le “location” del lavoro su commissione della OsservaTer Ne viene fuori un’immagine dell’uomo Basilico per molti versi inattesa e, per quanto mi riguarda corroborante le mie positive sensazioni registrate durante un incontro pubblico nel Circolo “la Gondola” a Venezia. La Baldini&Castoldi ha dato alle stampe in questi giorni un libro che contiene il risultato di un esplorazione urbana durata quasi tre mesi che ha avuto come soggetto la città di Berlino. Le architetture della Berlino ricostruita dalle migliori firme dell’architettura internazionale, si può leggere in questo nuovo libro di Gabriele Basilico un “insolito” album di dimensioni ridotte(24×16 cm.). E’ l’autore stesso a precisare il senso di questo come di tante altre sue esplorazioni dell’ambiente urbano: “la città è il teatro dove si svolge il ritmo dell’identità urbana”.

 

piccola personale di Antonio Marazita


RIFIUTARE IL FORMALISMO

Non si tratta di un rifiuto presuntuoso e arrogante ma di un placido abbandono all’imprevisto…al caso e a quello che può accadere se si resta in attesa e in ascolto…lasciando che un po’ di istinto prenda il sopravvento sulla architettura ragionata.
L’inquadratura diviene uno spazio incompleto, nel quale la notte non concede nulla…nessuna apparente chiarezza. Il luogo non è più semplicemente “un luogo” ma un ampio spazio del fuoricampo, dal quale possono arrivare invisibili suggestioni che ampliano le possibilità di osservazione. Tutto si trascina al suo passaggio. l’osservatore incrocia il suo destino con il soggetto della foto, che non rivela nulla di sé… semmai suggerisce un continuo andare verso un altrove…ignoto…che appartiene certamente più allo spettatore.

Antonio Edoardo Marazita

gilbert garcin


Gilbert Garcin è nato a La Ciotat, una località francese vicino a Marsiglia, nel 1929. Dopo essersi laureato in Economia, dirige una società di importazione di lampadari . Inizia a scoprire la fotografia solo dopo il pensionamento a 65 anni. A circa tre anni dall’ entrata in pensione Garcin vince un certamen fotografico che gli permette di assistere ad un workshop tenuto nella cittadina di Arles dal fotografo francese Arnaud Claas, la cui produzione è accostabile alla poetica surrealista. Durante il corso rimane folgorato dalle potenzialità espressive offerte dal fotomontaggio e dall’assemblage fotografico.In breve tempo diventa celebre a livello internazionale grazie allo uno stile visionario e particolare che caratterizza le sue opere. Le immagini di Gilbert Garcin ci regalano un progetto estetico capace di sorprendere sia chi guarda sia chi investiga. Immagini che non sono simboli chiusi , ma frammenti di un racconto aperto alle evocazioni emozionali.
Le foto di Garcin posseggono la difficile concisione e intensità che hanno le poesie. E come le poesie si aprono a diversi significati e letture. Garcin nasconde la realtà esteriore per dar vita ad un mondo fittizio ed irreale, abitato da un unico personaggio, un signore senza nome e senza storia, in cui ognuno si può identificare. Attraverso situazioni assurde e paradossali il “Signor Nessuno” ci invita a riflettere su dilemmi filosofici come il tempo, la solitudine e l’esistenza.
Il lavoro del fotografo francese pone una serie di domande universali sul senso dell’esistenza umana. La crudezza della sua tecnica, combinata con l’intelligenza dei temi, viene accompagnata da un uso dell’umorismo che serve a stemperare i toni e consente alle persone di entrare in sintonia con il personaggio. I riferimenti e le analogie culturali, che suggeriscono ulteriori e stimolanti livelli di lettura della sua opera, sono spesso lampanti . La visione di Garcin è accostabile al surrealismo lucido di Magritte.
In ambito cinematografico alcuni critici hanno individuato un’affinità col regista Jacques Tati, per lo humor venato di malinconica poesia nell’affrontare le tematiche più scomode. Attraverso un metodo artigianale di lavoro e un uso del collage crea piccoli modelli di scenografie teatrali, Garcin mette in scena l’espressione della passione e dell’eloquenza, l’uomo diviso tra ragione e istinto; immerso nella sua tragicità esistenziale.