LA NON VIOLENZA DEI SAHARAWI


Dopo i fatti di El Aaiun, la capitale del Sahara Occidentale, in cui l’esercito marocchino è intervenuto con brutale violenza per smantellare una tendopoli costruita da un mese in segno di protesta per le pessime condizioni di vita dei saharawi, abbiamo chiesto a Nina, una ragazza saharawi, musulmana, che vive e lavora in Italia da qualche anno, di raccontarci la sua storia e il suo punto di vista su quello che sta succedendo.
Dal giorno delle violenze, e nel momento stesso in cui scriviamo, Nina è in costante contatto con i suoi familiari e parenti che vivono in Sahara occidentale.

Mi chiamo Nina, sono una ragazza di 25 anni, che viene da un paese sconosciuto per tante persone, il “Sahara Occidentale”. Vivo in Italia con una famiglia Italiana, conosciuta nel 1992 quando, per cure mediche, mi ha ospitata per tre anni e mezzo. Nel 1995 sono tornata nei campi profughi in Algeria, dove sono nata, e per 11 anni non ci siamo più sentiti. Poi, nel 2006, ho sentito il desiderio di ricontattarli, sia per riprendere i rapporti di prima, sia per crearmi un futuro che altrimenti nel deserto algerino non avrei avuto. Con i flussi di regolarizzazione del 2007, ho ottenuto il permesso di soggiorno per lavoro . Ora mi trovo qua a Piombino, in provincia di Livorno, con la mia famiglia Italiana, lavoro e studio.

Vi ho scritto per parlarvi un po’ di questo paese sconosciuto: il SAHARA OCCIDENTALE.  E’ un paese che si trova nel nord africa fra il Marocco e la Mauritania ,è stato occupato per tanti anni dalla Spagna che si è ritirata nel 1975, cedendolo al Marocco. Il popolo Saharawi si è allora diviso in due parti: alcuni sono rimasti nel territorio occupato e altri sono riusciti a scappare e sono stati ospitati nel deserto dell’Algeria, hanno costruito delle tende, dando vita ai campi profughi dove sono nata io. Ormai, è da 35 anni che si sta lottando per la libertà del popolo Saharawi, vogliamo il referendum per riprendere possesso della nostra terra che ingiustamente ci è stata tolta.

Mia madre si ricorda benissimo quando ciò accadde: era da sua zia, quando, improvvisamente, alcune persone urlando le intimavano di lasciare quel luogo e scappare fuori dal territorio occupato insieme a gran parte del popolo, per non correre il rischio di rimanere sempre sotto il dominio marocchino. Lei era piccola, aveva solo 7 anni, non capiva cosa stava succedendo e che quel fatto avrebbe cambiato totalmente la sua vita. Lei e la zia non hanno avuto neppure il tempo di avvisare i parenti e organizzare il tutto, così, in men che non si dica, si sono trovate catapultate fuori senza averlo scelto e per 25 anni non ha potuto rivedere sua madre. Quel referendum che tutti speravamo potesse risolvere il nostro problema e darci la possibilità di rientrare a “casa” nostra, non si è mai fatto.

Il mio popolo avrebbe potuto intervenire violentemente, ma non lo ha mai fatto. Da sempre, ha scelto la strada della non violenza: ogni anno centinaia di bambini ci hanno aiutato a portare la nostra storia in giro per l’Italia, affinché il popolo italiano venisse a conoscenza di questa triste vicenda.

Il mese scorso, dopo anni di sopportazione, la gente saharawi, si è unita per protestare contro questa ingiustizia ed è nato un nuovo campo nelle zone occupate: il “campo della libertà”. Come era prevedibile, il Marocco non è rimasto a guardare, ma è intervenuto nel peggior modo possibile: ha utilizzato elicotteri per sparare contro la gente, macchinari per spruzzare acqua bollente e soluzioni chimiche facendo varie vittime e feriti, e distruggendo l’intera tendopoli.
Chiedo l’aiuto del popolo italiano per fermare questo scempio, perché ogni uomo abbia il diritto di vivere in pace sulla terra che da sempre gli è stata assegnata, senza che altri impropriamente se ne impossessino, fregandosene della sofferenza che questo provoca a tanta gente innocente che subisce senza poter reagire.

Annunci