Saharawi, la battaglia per non essere invisibili


Nell’indifferenza generale il Marocco reprime nel sangue la protesta dei profughi che chiedono si faccia il referendum promesso da vent’anni
Lo denunciano da giorni, senza trovare molto ascolto, le tante associazioni italiane e i pochi parlamentari che da anni seguono le sorti dei saharawi, vittime da 36 anni, dei “fratelli” marocchini che li hanno cacciato dalle loro terre in riva all’Atlantico, l’ex Sahara spagnolo, pescose e ricche di preziosi fosfati, confinandoli nella parte più inospitale del deserto.
A vent’anni da un cessate il fuoco che non ha portato ad alcun accordo e ad alcun risultato, salvo l’elusione sistematica del referendum che dovrebbe decidere la vicenda, la battaglia è ripresa.
I saharawi hanno lasciato i campi profughi vicino a Tindouf, in Algeria, dove da decenni vivono di aiuti internazionali e assistenza Onu, per accamparsi  a Gdeim Izik, in pieno deserto, a 15 chilometri dalla loro ex capitale El Ayoun, nei territori occupati. Una protesta clamorosa, un tentativo disperato di attirare l’attenzione che ha avuto come unico risultato un intervento durissimo dell’esercito marocchino che ha proceduto allo sgombero forzato con violenza inaudita e ha distrutto l’insediamento. L’accampamento si era formato spontaneamente a partire dal 10 ottobre fino a raggiungere, prima che i marocchini lo circondassero, una concentrazione di circa 20.000 persone provenienti da diverse località.
Le notizie certe sono al solito scarse e contrastanti, tutti gli osservatori internazionali sono stati cacciati e i giornalisti fermati al confine, ma di certo un ragazzo di 14 anni è stato ucciso ad uno dei posti di blocco il 24 ottobre scorso e si parla di decine di feriti e altre vittime. Le immagini che filtrano raccontano uno scenario di repressione e desolazione ormai troppo familiare:  incendi, rovine, persone in fuga, lacrime e rabbia. Di certo gli scontri si moltiplicano e si estendono alla città di El Ayoun dove si stavano radunando centinaia di sahrawi per raggiungere l’accampamento sotto assedio. Militanti per i diritti umani sono stati fermati e le loro case distrutte. Il parlamentare europeo Willy Meyer, appena atterrato ad Ayoun, è stato aggredito ed espulso dal Paese. Stamattina, secondo fonti sahrawi, ci sono state nuove proteste con numerosi feriti e l’assassinio di un uomo, Babi Mahmoud Gargar.
La Spagna, che con il Marocco ha affari e interessi comuni, invita alla calma, i saharawi chiedono l’intervento dell’Onu, nulla succede.
Sono stata nell’aprile scorso tra i sahrawi, scoprendo un mondo italiano della solidarietà, attivo soprattutto in Emilia Romagna e Toscana che mi ha commosso e  una realtà tanto più insopportabile perchè ormai cristallizzata in un’attesa surreale. Si avvertiva che la pazienza era alla fine, che vivere di carità, separati dalla propria patria da un muro di migliaia di chilometri vigilato notte e giorno dall’esercito, in attesa di un referendum promesso e mai fatto, non è una soluzione accettabile per degli esseri umani. E non vale nulla avere, almeno, il cibo assicurato e una tenda o una baracca di lamiera in cui passare giorni vuoti.
Cosa succederà ora? Nulla, temo. I saharawi non sono noti, non sono mediatici, non sono nemmeno fondamentalisti e non fanno attentati. Il Marocco è potente e gode di buona fama. Sono questioni interne, dopotutto, beghe di cortile, è da 36 anni, la tesi corrente.

 

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