Siamo al conto alla rovescia!?


Scandaloso! Vergognoso!

Solo ora che i soldati marocchini aprono il fuoco sulla gente inerme, i nostri giornali nazionali si occupano della cosa. Sarà retorico ricordare come ogni volta, sia necessario attendere le vittime…anzi… i morti, perchè una notizia possa essere di interesse? Sarò retorico! Centinaia di associazioni in Italia si sforzano di far conoscere la difficile situazione del popolo saharawi, non mancano le manifestazioni di piazza e i tavoli di discussione. Ogni anno, migliaia di volontari, rinunciano alle proprie ferie…pagano di tasca propria biglietti aerei, per recarsi nel deserto e portare aiuto e solidarietà. Non basta. All’0pinione pubblica non basta. O forse i giornali sono convinti che il “popolino” abbia sempre bisogno del fatto eclatante. Ora ci siamo: abbiamo un ragazzo di 14 anni ucciso dai soldati marocchini…il suo corpo non è stato restituito alla famiglia. Altri sono feriti e trattenuti non sappiamo dove. Ora i soldati aprono il fuoco sulle tendopoli. Gente pacifica che nel deserto…manifesta il suo inviolabile diritto alla terra. Solo ora possiamo leggere di loro. Mi viene spontanea una riflessione. Il giorno che vedrò in tv, una notizia sui saharawi…sarà troppo tardi per dire che possiamo fare qualcosa per loro…ho paura che mi rimarranno solo le lacrime.

Marazita Antonio.

Battaglia nell’accampamentosoldati contro i Saharawi

Agenti e coloni marocchini contro i manifestanti pro-indipendenza. Sei morti, distrutte tremila tende

di LUCIO LUCA

Battaglia nell'accampamento soldati contro i Saharawi

Layoun, il campo dopo l’intervento dei soldati marocchini

Sahara, la protesta del popolo del deserto  in ventimila accampati per rivendicare i loro diritti

VENT’ANNI dopo il cessate-il-fuoco, il deserto torna ad essere un campo di battaglia. Quella infinita tra i saharawi, che da sempre rivendicano un lembo di sabbia al confine con la Mauritania, e il governo marocchino che sull’ex Sahara spagnolo esercita la sua sovranità e non vuole concedere l’indipendenza al “popolo del deserto 1“. Da tre settimane 20mila saharawi hanno lasciato Layoun, la loro antica roccaforte, per accamparsi a 15 chilometri, nella zona di Agdaym Izik. Un modo per ribellarsi alle condizioni di vita dei circa 200 mila profughi che stanno a Tindouf, in Algeria. Ieri notte, però, la protesta è finita nel sangue. Secondo i racconti di alcuni testimoni, centinaia di poliziotti e coloni marocchini avrebbero fatto irruzione nel campo distruggendo tremila tende.

Ore di tensione con un bilancio drammatico, anche se le versioni, come spesso capita in questi casi, sono contrastanti: in un primo momento il portavoce spagnolo del Fronte Polisario, l’organizzazione politica saharawi, parlava di almeno 13 persone uccise 2, più di 70 ferite e 65 arresti. Per le autorità marocchine, invece, i morti sarebbero sei, quattro dei quali poliziotti. Negli scontri avrebbe perso la vita anche un saharawi di 26 anni, Babi Mahmud El Guergar. Qualche giorno fa, invece, era morto un ragazzino di 15 anni.

E mentre il Polisario chiede l’intervento dell’Onu, il governo spagnolo ha lanciato un appello. Il ministro degli esteri Trinidad Jimenez ha auspicato una ripresa del dialogo “il più in fretta possibile, perché in questo momento riprenderlo significa introdurre un elemento di calma assolutamente indispensabile per evitare che il conflitto degeneri”. E che la situazione sia esplosiva lo dimostra anche il fatto che nove cronisti spagnoli che stavano andando a Layoun sono stati fermati dalle autorità per motivi di sicurezza.

L’assalto è avvenuto proprio nel giorno in cui si è aperta all’Onu la terza sessione di negoziati fra il Marocco e il Fronte Polisario. “È in corso un massacro che mette in pericolo l’esistenza del mio popolo, vi chiedo aiuto”, ha detto Omar Mih, rappresentante in Italia del Polisario.

Dal 1991 la querelle tra il governo marocchino e il popolo del deserto era rimasta soltanto nelle carte delle Nazioni Unite, nei rapporti delle Ong sui diritti umani violati, nelle risoluzioni mai applicate degli organismi internazionali. Poi, qualche giorno fa, il ritorno in massa dei saharawi: la protesta più eclatante dal 1975 a oggi. Da quando cioè l’esercito di Rabat guidato da re Hassan II “conquistò” il Sahara Occidentale e costruì il berm, un enorme muro di sabbia e mine lungo 2600 km.

Giovani, donne, bambini ed anziani hanno lasciato Layoun e si sono fermati ad Agdaym Izik. Qui hanno montato le hamais, le tende basse che un tempo erano il loro unico riparo. Per giorni hanno chiesto al governo del Marocco di poter tornare a sfruttare le uniche risorse economiche di questa zona: le miniere di fosforo e il tratto di mare più pescoso della sponda meridionale del Mediterraneo. Poi, ieri notte, la battaglia con la polizia e quelle vittime che rischiano di far riesplodere il conflitto.

 

La Repubblica.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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