NAN GOLDIN


Nancy Goldin nasce a Washington il 12 settembre 1953 da genitori ebrei, appartenenti alla classe media e le cui idee, moderatamente liberali e progressiste, vengono messe a dura prova quando il 12 aprile 1965 la figlia maggiore Barbara Holly, all’età di diciotto anni, si toglie la vita. Dopo qualche anno, nel 1969, capisce di averne abbastanza di una vita familiare e scolastica forzatamente convenzionale, quindi si iscrive alla Satya Community School (a Lincoln), da lei stessa soprannominata la “hippie free school” per le idee più aperte che circolano in essa. Giorno dopo giorno il pensiero della sorella comincia ad affievolirsi e quasi a svanire, perciò Nancy – con un atteggiamento debitore della sua vecchia passione per la psicanalisi – decide di prendere in mano la macchina fotografica per salvare se stessa e gli amici più intimi dall’azione dissolvente del tempo. Dalla fine degli anni Settanta la vita di Nan cambia ancora più radicalmente, complice il nuovo trasferimento nel 1978 prima a Londra, poi a New York. Prende a Bowery un piccolo studio che condivide con alcuni amici e, per mantenersi, lavora come barista in un nightclub. Frequenta assiduamente i club della sottocultura di Times Square, club che diventano la causa primaria della sua vita sregolata e della dipendenza da alcool e droghe, ma che danno nuova linfa al suo lavoro. Nella seconda metà degli anni Ottanta la Goldin ottiene un grande successo: il suo lavoro comincia a essere portato e apprezzato in gallerie e musei di varie città americane ed europee. Questo periodo è segnato dall’ingresso prepotente dell’AIDS nella vita di Nan. La malattia, infatti, colpisce molti suoi amici (fra cui anche Cookie Mueller, la sua amica di sempre): la Goldin soffre con e per loro, riesce a documentarli con tatto e quasi con riservatezza quando scoprono di essere sieropositivi, quando mostrano i primi segni della malattia, quando sono in fase terminale, quando muoiono mentre le persone che li amano piangono. E poi arrivano gli anni Novanta. La Goldin intensifica i viaggi che le forniscono nuove occasioni per fotografare: grazie all’assegnazione di una borsa di studio dal DAAD, vive per tre anni a Berlino; in seguito, viaggia in Europa, in Giappone, in Italia. Torna diverse volte a Napoli, a cui dedica il libro Ten years after: Napoli 1986-1996, e in Sicilia, dove realizza alcuni fra i suoi più famosi scatti paesaggistici che esprimono anche una riconciliazione con la natura. Pubblica vari libri come Cookie Mueller, The Other Side, A Double Life (insieme al suo caro amico David Armstrong). Negli ultimi anni Nan Goldin ha realizzato altri documentari, ha allestito nuove mostre e ha avuto incarichi “originali”, come quello per la SNCF; infatti, nel 2002 e nel 2003 le ferrovie di stato francesi le hanno affidato la realizzazione di fotografie per una campagna pubblicitaria che deve presentare scene di vita a bordo dei treni della regione parigina. Questo incarico dimostra, oltre al nuovo legame stretto con la città di Parigi, il fatto che la Goldin sia ormai comunemente riconosciuta come colei che riesce a rappresentare la vita quotidiana in tutte le sue sfaccettature, con semplicità ma senza autoreferenzialità né voyeurismo. «Io credo – ha scritto lei stessa – che uno dovrebbe creare da ciò che conosce e parlare della sua tribù… Tu puoi parlare solamente della tua reale comprensione ed empatia con ciò di cui fai esperienza». Piuttosto che portare la sua macchina fotografica fuori per le strade e documentare quello che trova, la Goldin scatta le sue foto all’interno, negli appartamenti della sua cerchia sociale e nei luoghi di pubblico ritrovo. La fotografia diventò per la Goldin una protesi per la memoria, una difesa contro la morte e una resistenza alla perdita della memoria. Il suo lavoro documenta le vite di un gruppo di giovani che si conobbero alla fine degli anni settanta, i cui esperimenti radicali con l’esperienza della vita quotidiana furono interrotti dall’AIDS. Si dice che Goldin si serve di istantanee popolari come fonte del suo lavoro, ma queste non includono scene di persone che fanno l’amore, che si iniettano droghe, che stanno sul water, che si travestono, che si masturbano o che si decolorano le sopracciglia, temi fulcro del lavoro di Nan Goldin. Nel suo ritratto di Ivy con Marilyn, Nancy coglie uno dei suoi amici in una scena di travestimento al night club vestito e pronto ad andare in scena. Ivy assume una posa glamour sotto una riproduzione della serigrafia di Marilyn di Warhol. In questa fotografia il concetto di femminilità come maschera e rappresentazione è stato raffigurato e reso in forma personale da una Goldin appena ventenne. Fin dal 73’ molto del suo lavoro è stato a colori: la memoria ha bisogno del colore per essere vivida. L’abilità di Goldin come fotografa risiede in parte nel trovare il colore intenso nella vita quotidiana. Ad esempio, in Vivienne col vestito verde colloca il suo soggetto contro una parete verde, producendo un contrasto cromatico con un orologio rosso e una radio blu. All’opposto nel suo ritratto di Siobhan con una sigaretta, la figura appare contro uno sfondo neutro grigio-marrone che evoca le radici stilistiche del ritratto neo-classico. Queste immagini hanno raggiunto un pubblico molto più vasto di qualsiasi istantanea e lo stile di Goldin è diventato un’icona della vita nell’America postmoderna. Cancellando la distinzione pubblico/privato nel suo lavoro, Nancy crea una narrazione che è avvincente come una soap opera televisiva. Sia lei che i suoi amici esprimono la sensazione secondo cui “noi viviamo in un film giovanile in bianco e nero che per essere grandioso ha bisogno di essere spoglio”.A questa distanza le sue fotografie sembrano essere più televisive che filmiche. L’auto-consapevole “freddezza” del lavoro di Goldin aiuta il suo lavoro a non essere sdolcinato e noioso; la fotografia chiave è Autoritratto, un mese dopo essere stata picchiata (Ballata della dipendenza sessuale). Questa foto è stata scattata perché potesse non dimenticare mai quello che le era accaduto, ed era finalizzata a evitare di ricaderci. La fotografia diventa una protesi della memoria, non solo Nancy ma per tutte le osservatrici, in relazione a ciò che la rivoluzione sessuale degli anni Sessanta non è riuscita a cambiare. La diffusione dell’epidemia dell’AIDS ha dato un’ulteriore svolta indesiderata alla testimonianza di Goldin e ha messo in discussione la sua certezza nel potere dell’immagine. Molti dei suoi amici furono vittime del virus, come eredità dei loro decennali esperimenti col l’uso di droghe e la sessualità; tragicamente questa non portò alla liberazione ma alla morte. Quando si ammalò la sua intima amica Cookie, ella documentò le fasi della sua malattia in alcune immagini brucianti che evocano fortemente il sublime. THE BALLAD OF SEXUAL DEPENDENCY Nan Goldin presenta le sue immagini proiettandole in sequenza, in diapositive montate nel corso della sua storia sempre in modo diverso, creando differenti versioni. Il primo di questi show va in onda nel 1979 al Mudd Club di New York con il titolo The Ballad of Sexual Dependency (La Ballata della dipendenza sessuale, da una canzone dell’Opera da tre Soldi di Brecht-Weill), sequenza accompagnata da una colonna sonora che varia dal punk all’opera, che mostra gli amici di Nan Goldin. La sequenza viene poi utilizzata per allestire una mostra alla Burden Gallery di New York e pubblicata nel ’86 in un libro intitolato “the ballad”, che racconta della più o meno possibile relazione umana e dei sentimenti al limite tra il desiderio di libertà e il bisogno di legami sentimentali. È difficile cogliere la scena spontanea da quella costruita, ciò che si coglie in modo chiaro è il lato effimero della giovinezza e della bellezza, destinate a impoverirsi con il tempo e la malattia fino a scomparire. Grazie alla circolazione di queste opere Nan si afferma nel panorama artistico della fotografia contemporanea e si distingue grazie ad uno stile personalissimo e ad una poetica ricca di innovazione. I’LL BE YOUR MIRROR I’ll be your mirror di Nan Goldin e Edmund Coulthard (Gran Bretagna 1997, 50’) I’ll Be Your Mirror ritrae intimamente la vita e l’opera di Nan Goldin. Come un racconto autobiografico l’artista monta immagini fotografiche e video a partire dalla periferia di Washington D.C. in cui è nata, ai party selvaggi degli anni ‘70 e ‘80 a New York, all’impatto devastante dell’AIDS sulla sua compagnia, ricollegando gli eventi significativi della sua esperienza e di chi ne è entrato a far parte. Come una specie di diario annota e riprende le interviste ai suoi amici più cari, da David – che la chiamò Nan e che la introdusse ai drag clubs, a Sharon – che accudì la sua migliore amica Cookie Mueller nelle fasi terminali dell’AIDS, a Bruce – che stava vivendo con la sua sieropositività – gli amici di Nan rivelano le loro esperienze con una sincerità e un’umanità sorprendente, combinando i dati raccolti secondo un video racconto che ricostruisce la sua vita straordinaria e il ritratto della sua generazione. Sulla copertina del catalogo c’è un autoritratto scattato in Germania nel 1992, i cui colori tenui e la tranquillità dell’atmosfera dell’immagine concretizzano il percorso dell’artista che, dopo un lungo e doloroso viaggio, sembra indirizzarsi verso una nuova stagione di maturità e di serenità. I’ll be your mirror nasce da una collaborazione con il documentarista inglese Edmund Coulthard. La colonna sonora comprende brani di The Velvet Underground, Patti Smith, Television e Eartha Kitt. Il filmato è stato mostrato al Festival Internazionale di Edimburgo e al Berlino Film Festival, ha ricevuto un premio speciale dalla giuria del Prix Italia e ha inoltre vinto il premio come miglior documentario al Montreal Festival of Films on Art. TEN YEARS AFTER (Naples 1986-1996) Nan Goldin, Guido Costa, Gigi Giannuzzi questo testo racconta la Storia di Nan Goldin e il rapporto con Napoli e la gente del che e Stata importante lì per lei. Nel 1986, insieme ad amici come Cookie Mueller, ha fatto ritratti della città e degli amici nel corso di un soggiorno. Dieci anni più tardi, dopo il successo della sua retrospettiva di mezza età, “I’ll Be Your Mirror”, è ritornata, ed è stata ispirata a scattare nuove foto – ritratti di nuovi amici, ma anche la città e la campagna circostante. Ritratti di nuovi amici, ma anche la città e la campagna circostante. La storia di questo libro, è raccontata qui nei testi di Nan Goldin, Guido Costa e Cookie Mueller, accanto ai ritratti di vecchi e nuovi, e gli studi di architettura e paesaggi.

 

 

 

Nan Goldin wrote:

“My art was the diary of my life.  I photographed the people around me.  I didn’t think of them as people with AIDS.  About ’85, I realized that many of the people around me were positive.  David Armstrong took an incredible picture of Kevin, his lover at the time, right before Kevin went into the hospital.  I photographed him when he was healthy.  At that stage, we still didn’t know very much.  There was a lot of ignorance.  We were very obsessed with what caused it:  There were all kinds of rumors, everything from amyl nitrate to bacon.  People were tested and being told they had something called ARC, that quickly became medically non-relevant.  I was in denial that people were going to die.  I thought people could beat it.  And then people started dying.

One of the ways I started becoming involved was through artist and activist Avram Finkelstein in ’86, ’87.  I’d become friends again with him, having known him when I was 18 and living with the drag queens in Boston in the early ’70s.  He was in art school then.  In the 1980s he became my hairdresser up at Sassoon.  He had helped start the Silence Equals Death Collective, which turned into Act Up.  He was one of the people who designed the logo Silence = Death, and the triangle.” – From this article written by Nan Goldin:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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