KOBOS SOSTIENE IL POPOLO SAHARAWI


Ci dispiace aver dovuto attendere un momento drammatico come questo, ma è ormai necessario  dedicare uno spazio specifico alla vicenda del popolo saharawi. Lo facciamo dedicando da oggi una rubrica apposita, che speriamo possa diffondere le ragioni di un popolo pacifico che da trent’anni vive in esilio e sotto la continua minaccia armata del Marocco. inutile esaurire in questa pagina tutte le informazioni, le troverete puntuali e precise nei successivi articoli. E’ orribile pensare che l’opinione pubblica mondiale sia per gran parte allo scuro di vicende tanto importanti. I telegiornali e la stampa sono inflazionati di medioriente e di questione islamica, ma pare che per medioriente si intenda solo quell’area geografica che gravita attorno agli interessi del petrolio. La verità è che la politica internazionale che basa le sue azioni su interessi economici, catalizza ogni informazione e manipola ogni contenuto, distogliendoci dalle reali motivazioni che hanno portato la guerra in Irak, e che ne hanno fatto l’unica notizia degna di essere raccontata. Ci hanno insegnato che i “musulmani” sono tutti terroristi, che il fondamentalismo sia solo una malattia talebana, irachena, pachistana…e che i buoni sentimenti europei e i valori di condivisione, dialogo e democrazia, bastino a dare il diritto a potenze mondiali di scatenare guerre in nome di una pace che stando ai fatti…nessuno vuole! Se volgiamo una lezione di pacifismo e dialogo, dovremmo andare tutti a scuola saharawi. Questo popolo, musulmano, ha combattuto una guerra contro un Marocco oppressore e subdolo, che manovra attraverso ricatti politici, le alleanze europee che a loro volta si fanno servili nei confronti di una nazione che calpesta i diritti umani tanto declamati dalle nazioni unite, baluardo e motivo del nostro “sacrificio” in Irak. A quanto pare ci sono popoli di serie a e serie b. I primi hanno diritto ai diritti…gli altri possono morire nel deserto. Dopo la guerra, scoppiata in seguito al processo fasullo di decolonizzazione spagnola, Il Marocco ha occupato illegittimamente le terre che SONO DEL POPOLO SAHARAWI, tagliando fuori dalle zone fertili, dalle miniere di fosfati, dalla costa ricca di pesce, gli unici ad averne diritto. Lo ha fatto invadendo e sparando, uccidendo, bombardando…facendo prigionieri e dividendo per sempre famiglie…padri…mariti…figli…madri…fratelli e sorelle…bambini… Ha costruito un muro lungo 2500 km. Ha seminato oltre 5000.000 di mine, molte di queste di fabbricazione italiana. Cosa della quale andare certamente fieri. Ha dispiegato un esercito armato che ogni giorno tiene sotto tiro quanti si provano a raggiungere la loro terra e le loro case…i loro cari. Come se non bastasse, compie abusi continui sugli attivisti pacifici…su quanti diffondono col dialogo le loro ragioni…e quando questo non basta esercita la violenza delle carceri marocchine, tristemente note. Persone scomparse nel nulla, delle quali il Marocco non si assume nessuna responsabilità. Minacce di ritorsione diplomatica nei confronti delle nazioni europee che qualche volta timidamente hanno accennato a una qualche posizione. Siamo l’Italia. Paese che più di qualunque altro conosce il termine “accoglienza”. Ci lasciamo condizionare e confondere da politica estera sempre più di parte…poco a poco…i valori della nostra resistenza…il coraggio di partigiani che hanno dato la vita per restituirci la “terra” la Patria, vengono dimenticati…lasciati in poche lapidi appese ad una via…”ai caduti dei fatti di via Rosella”…Noi che a trent’anni vogliamo avere dei figli…prepariamoci a insegnare che i simboli come un muro, sono messaggi di negazione assoluta, che l’unico “velo” che andrebbe tolto per sempre è quello dell’indifferenza. In questi giorni…giorni tristi…avete saputo della morte di un ragazzo di 14 anni. Nayem Elgarhi. E’ nato ed è morto senza sapere nulla. Forse in qualche fotografia ha mostrato le due dita nel classico gesto di vittoria. Un gesto che per quanti hanno visto la realtà saharawi da vicino, rappresenta una speranza tramandata da padre in figlio. Ora questo figlio non potrà essere padre. Questo perchè un soldato marocchino ha deciso così. Forse quel soldato non è padre? forse non è un uomo? non è un figlio? Non diamo la colpa agli esecutori, di cui conosciamo e possiamo immaginare a volte le difficoltà etiche e morali orribili dell’eseguire un ordine. Ci rivolgiamo a chi quegli ordini li impartisce. Bestie dell’interesse economico e politico. Dio ha detto: fate posto all’ira…la vendetta è mia. Un Dio che spesso invochiamo perchè troppo lontano…un Dio al quale ora chiediamo di fermare i fucili…prima che altri fucili sparino, e altri figli muoiano. Vorremmo che non fosse l’ultima possibilità, quella di un intervento divino. Vorremmo fossero gli uomini a alzare lo sguardo sulla vita…che va difesa…accolta…Vorremmo… Prima che giovani saharawi riprendano le armi come hanno fatto i loro nonni e i loro padri…prima che non si possa più dire dei saharawi che sono un popolo pacifico…prima che l’attribuire le colpe e contare i caduti sia l’unica cosa possibile…quel poco che possiamo fare…facciamolo! Per i figli di tutte le etnie….saharawi e marocchini…perchè  “figlio” significa sangue del tuo sangue…perchè quel sangue scorra nelle vene di gente operosa e libera…non nella polvere e nel deserto, dove il vento coprirà i loro nomi e le loro antiche storie.

 

Marazita Antonio Edoardo.

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