“Hotel Argentina” di Giovanni Marrozzini


È impossibile rappresentare linearmente l’immenso territorio dell’Argentina, le sue profonde ferite, la moltitudine delle comunità indigene e delle etnie nate a seguito delle colonizzazioni. Ma il mondo è un grande albergo, in cui siamo ospiti del tutto provvisori: questo lavoro è lo schermo delle apparizioni determinate dall’infinita potenza del caso e dalla straordinaria capacità dell’autore di cogliere la promessa dell’avvenimento. Dietro ad ogni porta c’è uno spazio abitato, la cellula di un organismo complesso, un microcosmo di singole storie che procedono per pulsazioni ternarie. Per la percezione il ritmo è tutto: il susseguirsi armonico dei movimenti di spazio e di tempo ci consegna il battere della solitudine del guardiano del faro, della nostalgia di gioventù, delle chiavi del regno dei morti, del pianto sconsolato di un bambino. Ci riconduce poi al levare degli scheletriti paesaggi urbani, dei rifugi e dei segni di un abitare di stenti e di ancore all’ingombrante passato e ad un presente senza storia. Hotel Argentina ha la struttura di una filamentosa molecola di DNA: si avvolge a spirale, ricollega le sue parti saldando impenetrabili spazi trasversali, trasporta le informazioni essenziali della nostra dispersa umanità. È la terra di approdo degli uteri di cemento, della milonga a gettone, degli aerei di vento, dei fari extraterrestri, delle ombre salate e delle bocche buie di miniera. A quest’Hotel chiediamo asilo per intrecciare le nostre storie con quelle dei fratelli passati da qui.

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