Cuore di tenebra/apocalypse now


STUDENTE: Ringraziamo il nostro ospite Prof. Sandro Veronesi e insieme diamo uno sguardo alla scheda introduttiva.

Joseph Conrad Nell’autunno del 1890 il Capitano Konrad Korzeniowsky, polacco di cittadinanza inglese, ottenuto il comando di un vaporetto, risale il Fiume Congo. Otto anni dopo sulla Blackwood Magazine nel 1899, esce la prima puntata di un racconto intitolato The hearth of darkness, Il cuore delle tenebre. L’autore è proprio il Capitano Korzeniowsky, che da poco è diventato scrittore con lo pseudonimo di Joseph Conrad. Il romanzo racconta di un capitano di vaporetto Marlow, al quale viene affidato un incarico lungo un fiume, nell’Africa Nera. Ma, mentre il viaggio ha inizio, tra apparizioni inquietanti ed echi della violenza e della schiavitù, si avverte sempre più l’eco di un nome, quello di Kurtz, un commerciante di avorio. Il viaggio si trasforma in un itinerario verso Kurtz, emissario della pietà, della scienza e del progresso, divenuto una sorta di divinità oscura. Una volta tornato in patria Marlow non oserà raccontare alla vedova del trafficante le ultime parole del marito: “The horror! The horror!”. Il viaggio realistico si tramuta dunque in un percorso simbolico verso l’ignoto. Ma il cuore di tenebre, narrato da Conrad, non è il selvaggio, l’altro, l’esotico. Kurtz è il cuore demoniaco dell’Occidente. E il percorso di Marlow verso l’orrore è un itinerario che porta alla conoscenza di sé. Dalla terra desolata di Eliot a Apocalypse now, i più diversi artisti che hanno voluto esprimere un senso di desolazione e di suicidio di una città, hanno trovato in Cuore di tenebra un modello formidabile. Il viaggio di Marlow ha la forza del mito, è divenuto un paradigma della letteratura e dell’imperialismo, del confronto dell’Occidente con l’orrore della propria storia.

STUDENTESSA: Professor Veronesi, che cosa si intende veramente per Heart of darkness, cioè per Cuore di tenebra?

VERONESI: Cuore di tenebra è un racconto fondamentale che l’Occidente si è dato e ha distribuito. Il titolo scelto dall’autore, Conrad, sta ad indicare il nocciolo, un cuore impenetrabile di tenebra. Egli identifica questa impenetrabilità a certe zone che da bambino vedeva nelle carte dell’Africa e che chiamava “zone bianche” perché non ancora esplorate. Il viaggio in questa zona bianca è diventato un viaggio verso un buco nero e questa trasformazione del bianco in nero credo sia il significato originario di Cuore di tenebra.

STUDENTE: Leggendo il romanzo, le aspettative di quanti intendevano tuffarsi in un’avventura mozzafiato vengono sistematicamente deluse. Del resto, nonostante l’ambientazione di un viaggio nel cuore dell’Africa, la riflessione prevale di gran lunga sull’azione. Allora qual è il rapporto tra il romanzo di Conrad e il romanzo d’avventura?

VERONESI: Non c’è nessun rapporto, perché questo non è un romanzo d’avventura. Conrad è uno scrittore di livello superiore agli scrittori di romanzi d’avventura. Egli ha dovuto fare i conti con i suoi primi lettori che erano i sottoscrittori della rivista Blackwood , che si distribuiva tra i colonialisti, tra gli imperialisti inglesi. Quindi Conrad ha dato loro ciò che si aspettavano, ovvero una risonanza della grandezza del Regno Unito.

STUDENTESSA: Quanto c’è di autobiografico dell’autore nel personaggio di Marlow o di Kurtz?

VERONESI: C’è molto di autobiografico. Conrad ha scritto quasi sempre di cose che ha conosciuto. Ha viaggiato molto. È diventato scrittore tardi. È stato per un periodo un Capitano di Vascello francese, poi, passando alla Marina Inglese ha adottato la lingua inglese. Gli spunti autobiografici sono molto comuni nei romanzi e lo sono ancor di più in quelli di introspezione. Però la cosa che rende questi romanzi universali e fondamentali è che da spunti autobiografici l’autore non arriva mai a delle conclusioni sue personali.

STUDENTESSA: La vicenda di Marlow viene ambientata in Africa. Chi è il vero protagonista del racconto, Marlow o l’Africa?

VERONESI: La risposta dipende dalla chiave di lettura che noi scegliamo dopo cento anni ed è comunque un privilegio enorme, per un testo, essere ancora interpretato a distanza di tempo. Per lo scrittore, quello che aveva senso, era di rappresentare l’Africa come luogo bianco in partenza, bianco di conoscenza, vuoto di conoscenze per l’Occidente e poi trovarsi in questa metafora doppia e naturale della tenebrosità, del nero, del nero della pelle degli abitanti, del nero del Nilo. Si tratta di un’opera dell’ingegno che in quel momento Conrad sentiva di dover creare per descrivere della indicibile, inconoscibile, impenetrabile negritudine dell’Occidente.

STUDENTESSA: C’è una dimensione mitica nel viaggio compiuto da Marlow?

VERONESI: Questo è un testo base che può essere interpretato in chiave mitica in tutte le direzioni, però, secondo me, la cosa alla quale bisogna prestare più attenzione, come ho detto prima, è il senso del tempo che ha prodotto quest’opera, senza tener conto di tutto ciò che è avvenuto cent’anni più tardi. Conrad ha cominciato ad andare per mare a sedici anni e, forse, non c’è persona più avvezza al viaggio e quindi che si impressiona meno, di colui che per mare c’è andato veramente. Prendiamo Melville e Moby Dick. L’autore qui non mitizza il viaggio, perché quello di andare per mare è solo lavoro, lavoro duro dei balenieri. Mitizza la balena come simbolo di tutti i miti possibili dell’Occidente: questa balena bianca. Cuore di tenebra è più o meno la stessa cosa e vedremo che ci sono delle condizioni proprio esterne, storiche, che hanno determinato in quel momento la composizione di dell’opera.

STUDENTESSA: Come per Dante nella Divina Commedia, anche il viaggio di Marlow potrebbe essere definito un viaggio all’inferno. C’è un qualche rapporto tra i due?

VERONESI: Il rapporto è che sono entrambe composizioni letterarie e quindi hanno in comune di avere poco a che fare con la realtà. Perché un’opera letteraria può anche essere fedelissima nella riproduzione della realtà, ma è quanto di più irreale ci sia perché stabilisce un rapporto tra un lettore e un pezzo di carta e di realtà lì ce n’è veramente poca. È tutta riflessione, è tutta fantasia, è tutta immaginazione. Quello che, secondo me, conta non è tanto il rapporto con la Divina Commedia o con altre opere storiche, che forse Conrad non aveva neanche letto, ma il fatto che, a distanza di secoli, in quel preciso momento, succeda che un Capitano di Vascello scriva un’opera che diventa il simbolo del secolo successivo, di tutta la sua civiltà, così come è stata il simbolo, per parecchi secoli, della propria civiltà la Divina Commedia. Queste sono le cose importanti che uniscono certe opere fondamentali.

STUDENTESSA: Leggo due passi dell’opera: “La conquista della terra, che più che altro significa toglierla a chi ha un diverso colore di pelle e il naso un po’ più schiacciato del nostro, non è una bella cosa a guardarla, a guardarla bene”, e ancora: “I loro discorsi comunque erano discorsi di sordidi pirati, avventati senza ardimento, avidi senza audacia e crudeli senza coraggio”. Ecco, come è visto da Conrad il progresso?

VERONESI: I due passi appena letti esprimono un attacco forte per i tempi in cui è stato scritto. Marlow paragona l’imperialismo britannico, del quale lui e i suoi compagni sono strumenti, perché marinai che vivono proprio di missioni all’interno della espansione coloniale britannica, all’invasione dei Romani della Britannia. Probabilmente ciò avrà scatenato l’ira di molti lettori britannici del tempo. Quello che Conrad vuole dire è che esiste un falso mito del progresso, che poggia esclusivamente sul concetto di espansione, ma che si tratta di un fenomeno che non si può arrestare, né correggere. Si tratta di un problema che, tuttavia, esiste ancora oggi. La convinzione che l’arricchimento dei Paesi più poveri porti al benessere di tutta l’umanità, perché il prodotto deve crescere continuamente senza che vi sia una fine, è una realtà con la quale facciamo i conti tutti i giorni, pagandone le conseguenze sia in termini sociali che ambientali.

STUDENTE: Le ultime parole che Kurtz pronuncia prima di morire sono: “The horror! The horror!”. Ma precisamente che cosa voleva intendere?

VERONESI: Credo che Conrad abbia voluto identificare la sua stessa esperienza al terrore, alla paura, al dubbio, all’incerto di ciò che ci aspetta quando si intraprende un viaggio. Egli ha descritto lo sgomento di fronte a questa unità indivisibile che è l’io e che improvvisamente è inconoscibile, è ingovernabile, incontrollabile e che può generare orrore. È quello che poi in seguito è stato definito il , cioè questo oceano impetuoso che circonda e assedia l’isoletta dell’io. La consapevolezza di questo pericolo è stata poi rafforzata da Freud con L’Interpretazione dei Sogni, secondo il quale la realtà interiore di ogni singolo essere umano è veramente molto più complessa e forse, in quella complessità, contiene l’orrore. Anche se viviamo normalmente la nostra vita, tale normalità è solo apparenza, perché quell’orrore di cui parla Conrad, ce l’abbiamo dentro. E credo che non sia un caso che Conrad, anzi Marlow, non abbia avuto il coraggio di riportare alla moglie di Kurtz le parole che questi ha pronunciato prima di morire, ovvero: “The horror! The horror!”.

STUDENTE: Come sarebbe l’opera scritta dal punto di vista dei colonizzati e non dei colonizzatori?

VERONESI: Il colonizzato non potrebbe far altro che tenere un diario nel quale riportare quotidianamente ciò che lui e il suo popolo subiscono. Il suo manoscritto non sarebbe un’opera, ma una testimonianza, una documentazione realistica dei fatti accaduti. La qual cosa, ovviamente, i colonialisti si sono guardati bene dal lasciare. Ma l’opera la fa il colonizzatore, perché è lui che ha l’obbligo di trovare Kurtz dentro sé stesso.

Apocalypse NowSTUDENTESSA: La vicenda di Cuore di tenebra è stata ripresa nel film Apocalypse now, anche se l’ambientazione è diversa. Che rapporto c’è tra il film e il romanzo?

VERONESI: Innanzi tutto la struttura del film ricalca molto fedelmente quella del racconto. Non soltanto i nomi dei personaggi vengono riprodotti così come alcune battute. Coppola è stato geniale nell’ambientare il film in Vietnam, cosicché gli spettatori potessero sentirlo vicino, attuale e non soltanto come un semplice racconto del colonialismo. Nonostante la diversità del contesto ambientale, sia l’opera letteraria, sia il film, hanno in comune il tema della conoscenza di sé ben oltre i limiti conosciuti, fino a un certo punto della nostra storia di occidentali. Oltre quel limite, questa conoscenza di sé, forse, spaventa fino a inorridire.

STUDENTE: Nel corso degli anni com’è cambiato il suo rapporto con il testo sia come lettore che come scrittore?

VERONESI: Il mio rapporto con questo testo è cambiato quando ho notato che la sua uscita ha coinciso con quella de L’Interpretazione dei Sogni di Freud. Ciò ha destato in me la consapevolezza che l’Occidente abbia preso coscienza di sé, dei suoi limiti, partorendo un’opera che descrive tutt’altro che l’invincibilità dell’uomo occidentale. Conrad, tra i primi, è stato uno scrittore che avvertiva l’urgenza di evidenziare in tutta la sua drammaticità quello che era e che sarebbe stato per tutto il secolo successivo il problema principale dell’umanità, ovvero la frammentazione dell’io.

WIKIPEDIA

Cuore di tenebra (Heart of Darkness) è un romanzo breve di Joseph Conrad. Fu pubblicato nel 1902, anche se apparve inizialmente nel Blackwood’s Magazine nel 1899 diviso in tre episodi. Viene considerato uno dei classici della letteratura del XX secolo.

All’inizio del romanzo cinque membri dell’equipaggio discutono su un battello ancorato in un porto lungo il Tamigi. Marlow prende la parola e comincia a ricordare un’esperienza che, anni prima, aveva vissuto lungo il corso del fiume Congo, un viaggio che lo aveva portato ad entrare in contatto con quella che, allora, per lui era una realtà assurda. Addentratosi nel continente dopo un lungo viaggio, giunge alla sede della Compagnia, in totale stato di abbandono. Parte quindi alla ricerca di Kurtz, l’agente che avrebbe dovuto riceverlo e di cui invece si è persa ogni traccia. Risalendo faticosamente il fiume, Marlow ha l’impressione di ripercorrere anche il tempo fino ad epoche remote e selvagge.

Arrivato nella nuova stazione di Kurtz, Marlow si scontra con la resistenza degli indigeni; essi, infatti, ritengono Kurtz una divinità e impediscono a chiunque di portarlo via, anche se bisognoso di cure perché in fin di vita. Kurtz stesso, ormai preda della propria onnipotenza sulla comunità degli indigeni, non desidera tornare nella cosiddetta civiltà e Marlow riesce a stento a trascinarlo sul battello. Mentre si allontana, i selvaggi seguono per l’ultima volta con lo sguardo il loro idolo.

Kurtz muore pronunciando la frase «L’orrore! L’orrore!»; in precedenza Marlow aveva ricevuto in custodia, proprio da Kurtz, un pacco contenente alcune sue lettere indirizzate alla fidanzata. Al ritorno mente alla donna, dicendole che l’ultima parola pronunciata da Kurtz era stata il suo nome; poi le consegna le lettere. A Marlow la ragazza appare una creatura molto devota, dedita interamente al culto dell’amato morto.

apocalypse now

1969: la guerra del Vietnam è al suo culmine. Il capitano Benjamin L. Willard (Martin Sheen) è tornato a Saigon; egli è un ufficiale dell’esercito americano, dove nominalmente appartiene ai paracadutisti della 173a Brigata Aviotrasportata. Inoltre è profondamente turbato dalle missioni segrete che ha svolto ed apparentemente non è più adeguato alla vita civile.

Due funzionari del servizio d’informazione militare, il generale Corman (G.D. Spradlin) ed il maggiore Lucas (Harrison Ford), ed un membro dei servizi segreti (Jerry Ziesmer), lo raggiungono con una missione speciale: il viaggio lungo il fiume Nung nella remota giungla cambogiana per trovare il colonnello Walter E. Kurtz (Marlon Brando), ex membro della US Army Special Forces.

Essi affermano che Kurtz, un tempo considerato un ufficiale modello e prossimo al grado di generale, è presumibilmente impazzito e comanda una legione di truppe-sudditi nella foresta della neutrale Cambogia. Le loro rivendicazioni sono supportate da un’inquietante trasmissione radio e da registrazioni effettuate da Kurtz stesso. Willard è “condannato” a intraprendere la missione per trovare e sollevare il colonnello Kurtz dal comando “senza alcuno scrupolo“.

Willard studia il fascicolo su Kurtz durante il viaggio in barca sul fiume, e impara che Kurtz ha assunto il ruolo di “signore della guerra“, ed è adorato dai nativi e dai suoi fedeli uomini. Willard scopre molto più tardi che un altro ufficiale dei corpi speciali, Richard M. Colby (Scott Glenn), era stato inviato prima di lui a uccidere Kurtz, ma è passato dalla parte del colonnello.

Willard inizia il suo viaggio fino al fiume Nung, con un equipaggio composto dall’ostinato e formale George Phillips (Albert Hall), comandante della barca; Lance B. Johnson (Sam Bottoms), un surfer californiano; Tyrone Miller (Laurence Fishburne), detto “Clean” (Mr. Clean nella versione originale, in riferimento alla versione americana di Mastro Lindo), un giovane afroamericano di 17 anni, venuto da “qualche posto di merda del Bronx“; e Jay “Chef” Hicks (Frederic Forrest), un aspirante chef di New Orleans, che Willard descrive come «troppo nervoso per il Vietnam, forse troppo anche per New Orleans». La barca ed i suoi membri, che normalmente svolgono il servizio di pattuglia presso la foce del fiume Nung, appartengono alla marina americana, e non sono nuovi a missioni del genere come conferma il capo Phillips in un dialogo con il capitano Willard.

Il gruppo arriva ad una zona di atterraggio dove Willard e l’equipaggio si incontrano con il tenente colonnello William “Bill” Kilgore (Robert Duvall), il comandante della “cavalleria dell’aria”, reggimento aviotrasportato su elicotteri della 1st Cavalry Division, che li deve scortare nel primo tratto del viaggio. Kilgore, appassionato di surf, riconosce Lance perché è un famoso surfer. Più tardi, il tenente colonnello apprende da uno dei suoi uomini, Mike, che la spiaggia lungo la costa che segna l’apertura al fiume Nung è perfetta per fare surf.

Willard e l’equipaggio della barca vengono fatti salire sugli elicotteri per andare ad attaccare un villaggio controllato dai vietcong, che si trova in posizione strategica sul fiume e vicino alla suddetta spiaggia. Kilgore comanda personalmente l’operazione da un elicottero mentre la barca viene aviotrasportata da un altro mezzo aereo. La scena rimane celeberrima nella storia del cinema perché il tenente colonnello, durante l’attacco, fa suonare, tramite altoparlanti installati sugli elicotteri, un passo della musica di Die Walküre di Richard Wagner per galvanizzare il morale del suo reparto e spaventare i guerriglieri nemici; la scena è resa in modo tanto drammatico quanto realistico, fin nei dettagli. Dopo un iniziale attacco dall’aria con i razzi e le mitragliatrici installati sugli elicotteri da trasporto Huey, gli uomini di Kilgore scendono a terra per continuare l’attacco e conquistare il villaggio, completamente controllato dai vietcong. La malizia e la capacità mimetica dei guerriglieri vengono esemplificate dalla scena in cui l’eliambulanza, che ha appena caricato un soldato ferito, viene fatta esplodere con una bomba da una donna vietnamita in abiti civili (che a sua volta è quasi immediatamente uccisa).

La posizione è finalmente conquistata dopo un breve ma intenso combattimento, risolto principalmente dalla potenza di fuoco e dalla mobilità degli elicotteri. Il tenente colonnello Kilgore costringe i suoi uomini a fare surf davanti alla spiaggia, sostenendo che gli isolati colpi di mortaio non sono poi pericolosi. Il villaggio e la spiaggia sono infatti ancora sotto il tiro di un mortaio dei vietcong, abilmente nascosti nella giungla: Kilgore in persona chiede l’appoggio aereo, che satura con il napalm la foresta da cui partivano i colpi, facendola esplodere completamente; la scena pone fine ai combattimenti nell’area. Kilgore esulta con Willard, dicendo:

« Mi piace l’odore del napalm al mattino… »

Egli poi dice che quell’odore è “come la vittoria …”, perché gli ricorda una battaglia in cui era stata bombardata una collina con napalm per dodici ore.

Willard e i suoi uomini lasciano Kilgore e proseguono il viaggio in barca sul fiume. Durante una sosta, Chef va a raccogliere mango nella giungla, accompagnato da Willard. Ma durante il cammino, rischiano di essere aggrediti da una tigre e ritornano velocemente alla barca. Chef, terrorizzato, scoppia in lacrime e dichiara il suo odio per quella sporca guerra che stanno combattendo.

Il capitano Willard cerca di approfondire la figura di Kurtz, non capendo perché il servizio di intelligence vuole la sua morte. La barca si addentra lungo il corso del fiume ed arriva ad una base avanzata di rifornimento: il gruppo si trova ad assistere ad uno spettacolo con le conigliette di Playboy che degenera nel caos perché alcuni soldati fuori controllo tentano di stuprarle durante l’esibizione, costringendole così alla fuga su un elicottero.

Continuato il viaggio, il giorno seguente la barca incrocia un’imbarcazione di commercianti vietnamiti e il capo Phillips ordina di perquisirla per scoprire eventuali armi nascoste, in disaccordo con Willard che vuole proseguire la salita del fiume per concludere subito la missione. Ma durante la perquisizione, Chef e gli altri sparano per sbaglio e provocano una strage. Il capo Phillips vorrebbe portare in salvo l’unica donna sopravvissuta dell’imbarcazione vietnamita per curarla ma Willard la uccide con un colpo di pistola per non rallentare il viaggio: questo provoca l’ostilità dell’equipaggio nei confronti del capitano.

La barca si muove fino al surreale ed ultimo avamposto americano sul fiume: un ponte, che segna il punto più estremo del fronte, nonché il confine con la Cambogia. L’ottusa ostinazione dei comandi militari, per tenere buona l’opinione pubblica ed i politici in patria, insiste nel difendere una posizione inutile, dato che il ponte viene distrutto quasi quotidianamente dall’artiglieria nord-vietnamita, per essere poi ricostruito e difeso a caro prezzo. La barca arriva mentre è in corso l’ennesimo attacco al ponte. All’arrivo Willard riceve le ultime informazioni su Kurtz, assieme alla posta per sé e per l’equipaggio della barca, da un tenente di nome Carlson. Willard e Lance, che ha appena preso l’LSD, si recano a terra e fanno la loro strada attraverso le trincee, dove la confusione regna sovrana e gli ufficiali in comando sono spariti, uccisi dal nemico o dai propri uomini. Vista la situazione di caos, Willard e Lance ritornano alla barca. Il capo Phillips cerca di convincere Willard a non continuare con la sua missione, di cui egli non può conoscere veramente i dettagli. Egli paragona la missione della continua ricostruzione del ponte in un’inutile e sanguinosa fatica di Sisifo.

Il giorno successivo Clean, mentre l’equipaggio della barca è impegnato nella lettura della posta, è ucciso dai vietcong, nascosti tra gli alberi sulle rive dal fiume, mentre ascolta un nastro da sua madre. George Phillips, che era quasi un padre per Clean, diventa apertamente ostile a Willard. Mentre si avvicinano sempre di più alla tana di Kurtz, gli abitanti di un villaggio (i cosiddetti “montagnard“) iniziano a scagliare frecce contro la barca. Phillips è colpito da una lancia e tenta di uccidere Willard, tirandolo verso di lui e quindi verso la punta della lancia che sporge dal suo petto. Il capitano soffoca Phillips a mani nude e riesce a salvarsi. .

Arrivato all’avanposto di Kurtz, Willard lascia sulla barca Chef con l’ordine di chiedere in codice l’attacco aereo sul villaggio se egli non facesse ritorno. Willard e Lance si inoltrano nel villaggio cambogiano, dove incontrano un fotografo free-lance apparentemente folle (Dennis Hopper), che spiega loro la grandezza di Kurtz. Willard incontra anche uno sconvolto Colby, così come appare sconvolto ed in preda ad una sanguinaria e pagana anarchia tutto il villaggio.

Finito dinanzi a Kurtz, Willard ascolta le sue teorie sulla guerra, sull’umanità, e sulla civiltà. Kurtz spiega la sua filosofia e le sue motivazioni in un inquietante monologo in cui loda la ferocia sanguinaria ed assolutamente priva di scrupoli morali ed umanitari dei vietcong, a cui ha assistito durante le precedenti missioni in Vietnam.

Willard finisce dunque prigioniero, legato ed ingabbiato. Kurtz stesso gli lancia la testa mozzata di Chef, catturato mentre cercava di chiamare i rinforzi. Il colonnello vuole morire per mano di Willard e lo fa capire al capitano, che una volta libero di muoversi per il villaggio decide di adempiere alla sua missione ed uccidere colui che è considerato dai montagnard e dai suoi uomini un semidio.

Willard entra nella camera di Kurtz mentre costui sta registrando un nuovo messaggio e lo uccide con un machete. Questo accade in contemporanea ed in parallelo con il rituale sacrificio d’un bue, effettuato dai montagnard con lo stesso attrezzo. La fine della sequenza ha come sottofondo “The End“, canzone dei The Doors, come accade per la sequenza all’inizio del film. Mentre muore, il colonnello sussurra: “L’orrore… l’orrore”, una citazione dalle parole del Kurtz di Cuore di tenebra.

Willard, sporco di sangue, esce dalla camera ed è venerato dai nativi come nuovo semidio. Camminando attraverso la folla di indigeni, prende Lance per mano (che si stava pienamente integrando tra i montagnard) e lo conduce via sulla loro barca, sotto la pioggia scrosciante.

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