Edgar Degas: il cinema del fuoricampo


Edgar Degas,  fu il primo fra gli artisti dell’avanguardia francese di quegli anni a rappresentare scene d’interno nei cafè chantant e più in generale nei locali di divertimento parigini.

Lo stesso Monet, scopritore di quasi tutti i temi di vita moderna poi praticati dagli impressionisti, per i dipinti di caffè concerto, è debitore di Degas, come lo sarà poi negli anni a venire Henri de Toulouse-Lautrec.

Ed è proprio in questi ambienti che i personaggi cominciano a vivere una vita indipendente dal volere dell’autore. Hanno pensieri propri e spesso ignoti allo spettatore. Non esiste cioè una volontà imposta, non avviene tutto nel quadro ma la scena si trasforma, anticipando con sorprendente capacità, quella che nel cinema moderno sarà considerata la vera forza dell’immagine: l’espansione dell’inquadratura. Il fuoricampo. In tutti i dipinti di Degas è affascinante notare come il soggetto non sia il principale protagonista della scena, ma piuttosto un personaggio-tramite, che rimanda a quanto accade intorno a lui. Spesso l’ambiente scenico è tagliato con violenza, escludendo quello che intuiamo stia accadendo fuori dalla cornice del quadro. Esempio formidabile, il “vaso di fiori” con ragazza, che posto in primo piano ma spostato sulla destra, lascia il personaggio sullo sfondo, in un diremmo oggi “campo medio” che a sua volta rimanda a qualcosa che la ragazza osserva fuori dal quadro. Tecnica questa certamente cinematografica che tiene lo spettatore in attesa di qualcosa che deve accadere.

Così pure negli studi sulle ballerine, l’attenzione è posta sulla “distrazione” del personaggio, che non osserva in “camera”, ma è intento nella sua azione, sospeso nei suoi pensieri. Ballerine che a capo chino legano i lacci delle loro scarpette, che tendono il collo in un gesto tirato che sfugge dall’attenzione allo spettatore. La scena esiste. Qualcosa avviene nel quadro ma quanto i personaggi

ne siano coinvolti, distaccati o partecipi non è dato saperlo. Appartiene solo a loro. Ultima citazione, “assenzio”. Qui siamo davanti all’audacia filmica. I soggetti sono stretti e spostati sulla destra. Chiusi in un taglio d’inquadratura che non possiamo definire “puramente cinematografica” solo per l’orientamento verticale del dipinto. Ma nella sostanza dell’effetto, assumono la forza drammatica di una scena moderna. Vicini ma lontanissimi tra loro, avvolti nei loro nebulosi pensieri, osservano per nulla immobili quanto avviene attorno. Solo lo spettatore non può sapere cosa vedano, cosa accade nel locale. Esempio questo ultimo di grande suggestione. L’uomo sulla destra è visibilmente sottratto alla scena da qualcosa che accade più in là. E’ autonomo, non si cura di noi. La donna, con lo sguardo basso, anche lei non ci degna di cortesia ed è lasciata ai suoi pensieri. Facile fare la conclusione che questi sono temi naturali nel dipinto dal vero, a caccia di realtà. Ma sforziamoci di cogliere come in un inquadratura, si possa lasciare liberi i personaggi, chiudendoli comunque in una scena compiuta e realizzata nello spazio a disposizione, oppure espandere l’ambiente scenico a quanto non possiamo vedere, perché fuori dalla scena. Soluzione questa che garantisce il massimo dell’impatto scenico e sottolinea la forza del moderno concetto di “fuoricampo”. In questo Edgar Degas, è stato capace di precorrere i tempi e regalarci magiche suggestioni di cinema di fine “800.

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